Roman Turovsky, un pittore per conto suo.
Davide Zannoni, 2003
Ogni tanto, nelle varie discipline artistiche, si incontrano, peraltro
raramente, personalita' diverse, difficilmente inquadrabili, dai tratti
stilistici che non si conformano a quelle che sono le tendenze del
momento. Figure in un certo senso quasi drammatiche nel loro persistente
e coriaceo isolamento, pervicacemente attaccate alla loro visione
artistica del mondo.Roman Turovsky e' una di queste personalita'. La sua pittura non e'
riconducibile a nessuno dei tanti stili attualmente imperanti, e si erge
coraggiosamente impermeabile alle mode del momento, in un certo senso
perfino al di fuori del tempo.In essa sono naturalmente riconoscibili, anche se filtrate, le lezioni
dei grandi maestri del passato e del Novecento (Goya, Balthus e Beckmann
sono i primi nomi che vengono in mente), eppure i lavori di Turovsky non
sono ne' facilmente etichettabili ne' agilmente inseribili in uno dei
tanti contenitori delle tendenze sia attuali che passate.Una pittura, la sua, che si riconosce per il tratto deciso e pieno di
energia, per il colore usato sempre con grande sapienza, per una certa
brillantezza presente anche nel frequente uso di colori scuri e oserei
dire "tetri", per la maestria tecnica, ma soprattutto per la presenza
inevitabile di una continua tensione che pervade ed arricchisce perfino
il paesaggio apparentemente piu' tranquillo ed innocuo (penso ad esempio
a certi suoi paesaggi maremmani o corsi, o a certe sue inquietanti
visioni metropolitane di New York).Si guardano gli alberi scarni della Maremma, le sue terre grigiastre ed
ocra, le sue rocce spietate, o i tetti squadrati e i cieli grigi di
Manhattan, e ci si trova come ad aspettare un terremoto imminente,
un'inondazione, o qualche altro cataclisma.I dettagli del paesaggio appaiono inizialmante scomposti, sgretolati,
quasi frammentati (anche se non certo in senso cubista), e solo una
visione attenta e concentrata rivela le forme organiche della natura
circostante, agnizione in cui l'apparente astrattismo si ricompone in un
universo distorto e tormentato, ma pur sempre figurativo.Lo stesso processo di scomposizione e ricomposizione si avverte nei suoi
nudi e ancor di piu' nei suoi ritratti, dove le linee della pelle e i
tratti del viso riconducono idealmente ai paesaggi maremmani di cui
sopra. La fisionomia spesso deforme rimanda a tensioni esistenziali e
psicologiche che vengono esaltate dal tratto spietato del pittore.
Davide Zannoni, New York, 2003
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